Serate revival

Serate revival. Domani sera al Volo si chiude la stagione delle serate revival in mia compagnia. Che dire ? Vi aspetto per festeggiare insieme. Cos aascolterete ? Il solito mix di discomusic funky afro latino anni 60 70 80 90 2000 e tanto altro ancora.  Divertimento assicurato. I nostri sponsor sono Dolce Gelato ( che offrira’ un buffet di dolci per tutti ) e Scatto Matto ( che offrira’ dei gadgets estratti a sorte tra tutti coloro che mangeranno al tavolo del Volo ). Ottimo cibo…ottima musica. Direi che gli ingredienti ci sono tutti. E poi…sentire la piu’ bella musica di sempre…tutta in una sera…trovo sia una cosa fantastica. E’ stata una bellissima stagione e di questo io Vi ringrazio. La semplicita’….e la professionalita’ ….pagano sempre .

Valda

Valda è la marca che dal 1905 produce pastiglie balsamiche a base di levomentolo e olio essenziale di eucalipto , dedicate al trattamento delle irritazioni delle vie respiratorie. Terminate le pastiglie, spesso le scatole di metallo dorate delle stesse venivano conservate e riutilizzate come contenitori di spilli, bottoni, chiodi e altri piccoli oggetti. Anche per questo motivo Valda è rimasta nella memoria di tutti noi ed ha assunto quasi l’immagine di un prodotto vintage . Nel 1905 a Parigi il visionario farmacista Henri Edmond Canonne decise di fabbricare da sé un nuovo medicinale per calmare le infezioni delle vie respiratorie. In quell’anno aprì una grande farmacia/laboratorio accanto alla Gare de l’Est e vendette il prodotto anche sulle banchine della stazione. In Francia ottiene un grande successo. L’anno successivo il prodotto viene commercializzato in Italia e, dal 1908 , esportato in più di trenta paesi.Canonne fu uno dei primi imprenditori a comprendere l’importanza della comunicazione.Per pubblicizzare le sue pastiglie inventò il Dottor Valda, un anziano personaggio dall’aria rassicurante che racconta al pubblico i benefici delle nuove caramelle.Il Dottor Valda inizia a comparire su manifesti e disegni illustrati dai più grandi artisti dell’epoca, tra cui Falcucci e R.Savignac . . Inoltre si trova sui cataloghi di vendita per corrispondenza, scatole da fiammiferi illustrate, fino all’idea innovativa di Canonne di presidiare anche i vagoni dei treni. Esistono tre ipotesi riguardo l’etimologia della parola Valda.

  • Valda è la contrazione dei due termini latini valetudo (salute) e dare (dare).
  • Valda è l’anagramma di Rue de Daval, il nome della via parigina dove venivano fabbricati alcuni prodotti venduti nella farmacia di Canonne.
  • Valda rappresenta lo speciale omaggio ad un’amica russa di Canonne.Il brand Valda, nel 2006 , ha compiuto in Italia i suoi cento anni.Quanti di noi non hanno mai mangiato una pastiglia Valda ? Poco importa se avevi il mal di gola o meno…..erano buone e basta . La scatoletta non durava mai a lungo : noi bambini vintage…. la facevamo fuori con  ritmi impressionanti.

Carta da parati

La carta da parati  è un tipo di carta  usato per il rivestimento di pareti e superfici verticali, come mobili e accessori. La superficie può essere in vari materiali come lino, cellulosa , pvc , nylon e altri tipi di fibre, mentre il supporto può essere anch’esso di diverse tipologie.Sin dai tempi più antichi l’uomo ha sentito la necessità di ornare le pareti, tant’è che in tutte le civilta’  le classi più agiate (specie la nobilta’ e la borghesia )  decoravano le pareti della propria casa  con tendaggi, affreschi  , rivestimenti in legno, stucco ed anche cuoio .  Durante il Medioevo , in Europa ,  si diffuse la tradizione araba degli arazzi ,  cioè particolari tappeti  da parete che ornavano tutte le più importanti corti europee . L’arazzo, pertanto, può essere considerato come il più vicino parente della carta da parati.Verso il XII secolo , durante la rivoluzione commerciale , in Europa si iniziò a importare la carta dalla Cina . Proprio in Europa nacque poi l’usanza di dipingere la carta per poi applicarla alle pareti. Fino alla diffusione delle macchine industriali, la carta da parati veniva ornata a mano o con complicati rulli artigianali. Oggi la carta da parati si acquista in rotoli. Ciascun rotolo ha delle misure standard ,  che normalmente sono larghezza=0,53 m e lunghezza=10,05 m. ma possono anche variare secondo la tipologia, il supporto e la materia prima utilizzata. Nel corso degli anni anche la carta da parati è stata oggetto di mode che seguono le correnti artistiche e culturali del periodo, proprio come l’ abbigliamento . Nel recente passato possiamo ricordare gli anni settanta  come il periodo di maggiore diffusione di questa tecnica di rivestimento delle pareti domestiche, sia inItalia  che in altri paesi. In Italia attualmente non esistono molte azienda di produzione, per cui quasi tutte le collezioni sono di provenienza europea o estera, tuttavia due aziende storiche sono attualmente ancora attive.La carta da parati può essere costituita con dei materiali differenti:

  • con la carta  – la tipologia della carta da parati più diffusa realizzata in cellulosa naturale. È un materiale che dura a lungo e che può essere colorato in tinta unita.
  • in vinile – uno strato di carta viene ricoperto dallo strato in pvc ciò rende questa tipologia della carta da parati impermeabile. Di conseguenza è adatta agli ambienti con alta umidità come il bagno o la cucina. Si distingue per la sua buona durabilità e resistenza.
  • in TNT ( tessuto non tessuto ) – è un tipo di rivestimento realizzato con varie tipologie di tessuti: il lino, il cotone, la seta o la iuta. È di facile manutenzione. e viene indicata per le superfici lisce di calcestruzzo o per i pannelli di gesso cartonato.
  • in fliselina – è un materiale in grado di mascherare piccole imperfezioni. Inoltre crea uno strato di isolamento termico, di assorbimento acustico e di permeabilità al vapore.

La carta da parati può essere più costosa della comune tinteggiatura a vernice , tuttavia se è di buona qualità è senza dubbio molto più duratura. Se la superficie è in vinilico, può essere facilmente lavata e smacchiata anche ad alcool. Esistono poi in commercio anche carte da parati con certificazione al fuoco, che vengono utilizzate nelle camere di hotel e nei luoghi pubblici, ma che possono essere utilizzate anche in casa quando si vuole una sicurezza in più in caso di incendio. Per determinare la qualità della carta da parati è utile sapere che ogni collezione riporta i dati tecnici e le caratteristiche del prodotto, con le eventuali certificazioni conseguite, ove esistenti. La carta da parati quindi può essere una scelta estetica, di gusto e anche di praticità. Inoltre esistono le carte da parati in paglia che sono a tutti gli effetti un prodotto naturale e un prodotto ecologico  . La carta da parati, oltre ad essere utilizzata come elemento decorativo, sta iniziando ad acquisire sempre più importanza anche dal punto di vista del design , arrivando ad ispirare e condizionare la scelta di arredi e complementi d’arredo.L’applicazione della carta da parati normalmente richiede un professionista tappezziere. Tuttavia, se si ha una buona manualità e si seguono alcuni accorgimenti importanti, può essere posata in autonomia. I punti salienti per una corretta posa in opera sono i seguenti:

  • Ripulire la parete su cui si vuole applicare la carta da parati da eventuali carte da parati precedenti, abrasioni o rilievi, rendendola dunque liscia.
  • verificare che la parete abbia un buon aggrappaggio alla colla.
  • Scegliere la colla in base al peso  della carta che si vuole applicare. Di solito sulla confezione della carta da parati ci sono le indicazioni.
  • Controllare se esiste un eventuale rapporto nel disegno (ogni quanto cm. il disegno si ripete)
  • Misurare l’altezza della parete, poi tagliare un telo secondo l’altezza richiesta, mantenendo un’eccedenza di qualche centimetro in più.
  • Stendere la colla sul telo tagliato e lasciarla riposare per qualche minuto.
  • Appurare che la striscia di carta da parati sia esattamente verticale (magari con l’ausilio di un filo a piombo ) e applicare la striscia dall’alto verso il basso.
  • Appurare che la striscia di carta da parati sia stata attaccata correttamente, stando attenti a eventuali irregolarità o bolle. Solitamente questo momento richiede l’ausilio di un rullo per spianare la carta incollata.
  • Posizionare ora a fianco un’altra striscia di modo da far combaciare la fantasia disegnataci sopra.  NB Fate caso alle sit com anni settanta……e vedrete tantissima carta da parati.

Aquafresh

Aquafresh .  Aquafresh è un marchio della GlaxoSmithKline destinato a prodotti per l’igiene orale . Fu creato nel 1973 da SmithKline Beechan e portato in eredità durante le varie fusioni a cui l’azienda andò incontro. Fu il primo dentifricio “a strisce”, ossia composto da paste di differente colore che rimangono visivamente separate anche quando il tubetto viene spremuto. Nasce inizialmente con due colori, blu e bianco, ai quali il marketing  ha provveduto ad associare particolari caratteristiche; il blu indicava la capacità di conferire un alito fresco, il bianco indicava la capacità di mantenere i denti sani. Puntando principalmente sulla trovata delle strisce e sulla freschezza, e quindi diretto sostanzialmente a consumatori giovani, nel tempo ha in parte mantenuto questo posizionamento ma evolvendolo in direzione dell’igiene orale. All’inizio degli anni ottanta viene quindi aggiunto anche un terzo colore, il rosso, con conseguente riorganizzazione dei benefit; il blu sta per la freschezza, il bianco sta per la prevenzione della carie  e il rosso sta per la prevenzione della placca ). Più in generale, comunque, per far fronte alle esigenze di mercato, l’Aquafresh si è sviluppato proponendo numerose varianti sia a livello di pasta, disponibile in vari gusti e/o con varie caratteristiche, sia a livello di tubetto (ad esempio a partire dagli anni ottanta è stato disponibile in dispenser, cioè in un cilindro di plastica rigida che permette di far uscire la pasta premendo un pulsante). Al dentifricio sono stati affiancati inoltre anche altri prodotti, sempre a marchio Aquafresh; come spazzolini, colluttori  o gomme da masticare  per l’igiene orale.Ero piccolo ma a quei tempi ricordo di questa piccola rivoluzione nel campo dei dentifrici e averlo in casa era una gran bella novita’. Voi … ve lo ricordavate ?

 

Paninaro

Paninaro. I “paninari” interpretavano proprio lo spirito degli anni ’80. Il loro nome deriva dal bar milanese Al Panino (Piazzetta Liberty), dove si radunavano e successivamente si spostarono al fast food Burghy di Piazza San Babila . Un casuale incontro con i Pet Shop Boys ispira i componenti del gruppo pop alla realizzazione della hit Paninaro (1986). Coltivavano il proprio aspetto vestendo con un look che di fatto era una sorta di divisa di riconoscimento. Alcuni caratteristici oggetti dll’essere Paninaro :

  • occhiali Ray-Ban
  • zainetto Invicta a righe
  • giaccone imbottito Moncler
  • stivali da cowboy  Frey
  • jeans appena sopra le caviglie Levi’s, Enrico Coveri, Stone Island o Americanino
  • felpa Best Company
  • maglione Les Copains
  • cintura di pelle con grandi fibbie El Charro
  • camicia a quadri
  • calzini decorati a rombi Burlington per i ragazzi e colorati della Naj Oleari per le ragazze
  • scarponcini Timberland oppure scarpe sportive Vans rigorosamente senza lacci.

Fu molto celebre la caricatura fatta dal comico E.Braschi al Drive In della figura del paninaro. Nei primi anni ottanta le zone di Milano erano frequentate da gruppi molto chiusi di giovani con proprie regole e stili che ne determinavano l’appartenenza come i metallari o i dark .  All’interno di questo contesto si sviluppò una sottocultura giovanile, affine alle altre per la necessità di rimarcare l’appartenenza a uno specifico gruppo, costituito da giovani adolescenti o poco più grandi, che si riunivano presso i locali di zona piazza san Babila codificando un proprio lessico e un proprio stile basato sull’ostentazione di capi firmati molto costosi ma che era al contempo anche alla portata di tutti grazie a un mercato che, colta la nuova moda, incominciò a fornire a prezzi accessibili quanto necessario per uniformarsi al nuovo stile. Nelle paninoteche e nei fast food del centro di Milano prese forma un fenomeno di costume che dopo essersi diffuso in tutta Italia, si estese anche all’estero. I luoghi di ritrovo, paninoteche e fast food, dove potevano essere consumati pasti veloci ne determinarono quindi anche il nome.

 

 

Grissino

Il grissino  è uno dei più celebri e diffusi prodotti della gastronomia torinese , nonché uno dei più noti della cucina italiana nel mondo . Il nome “grissino” deriva dalla ghërsa, il classico pane piemontese di forma allungata. Tradizionalmente la sua nascita si fa risalire al 1679 , quando il fornaio di corte , tale A.Brunero ,  sotto le indicazioni del medico  Teobaldo Pecchio, inventò questo alimento per poter nutrire il futuro re Vittorio Amedeo II , di salute cagionevole ed incapace di digerire la mollica del pane . Il  Re Carlo Felice  li prediligeva così tanto che, in palco, al Teatro Regio , ne sgranocchiava per passatempo.Il successo dei grissini fu particolarmente rapido, sia per la maggiore digeribilità rispetto al pane comune, sia per la possibilità di essere conservato anche per diverse settimane senza alcun deterioramento. Fra i grandi estimatori del grissino torinese, non si può non citare Napoleone Bonaparte , il quale creò, all’inizio del XIX secolo , un servizio di corriera fra Torino e Parigi , prevalentemente dedicato al trasporto di quelli ch’egli chiamava les petits bâtons de Turin.Del tutto identica a quella del pane normale, salvo che la forma lunga e stretta fa sì che la cottura sia più uniforme e quindi, causa la sottigliezza dell’impasto, il prodotto finale in pratica è come pane di sola crosta, cioè privo di mollica. Gli ingredienti sono: farina 00, acqua, lievito e sale. Recentemente sono state introdotte varianti nella composizione che vengono commercializzati come “grissini al…”: latte al posto dell’acqua, aggiunta di olio di oliva, aggiunta di grasso animale (strutto in genere), aggiunta di aromatizzanti vari, fino a variarne la forma (più tozza). L’aggiunta di sostanze grasse rende il grissino più “morbido”, ma ne limita la durata di conservazione. La forma di grissino più antica e tradizionale è indubbiamente il robatà, che in piemontese significa “caduto” (o anche “rotolato”), di lunghezza variabile dai 40 agli 80 cm, facilmente riconoscibile per la caratteristica nodosità, dovuta alla lavorazione a mano. Il robatà di Chieri  è incluso nella lista prodotti agroalimentari tradizionali italiani  del ministero delle politiche agricole alimentari e forestali .  L’unica altra forma di grissino tradizionale e tutelata è il “grissino stirato”. D’invenzione più recente rispetto al robatà, si distingue da questi in quanto la pasta, invece che essere lavorata manualmente per arrotolamento e leggero schiacciamento, viene allungata tendendola dai lembi per la lunghezza delle braccia del panificatore, il che conferisce maggiore friabilità al prodotto finale. Soprattutto questo tipo di lavorazione permise la produzione meccanizzata già a partire dal XVIII secolo. Ne esistono anche diversi tipi aromatizzati (origano, sesamo , cumino ecc. ) . La mia memoria dei grissini è legata al ristorante : quando ero piccolo il mio primo scopo appena seduto a tavola…era quello di divorarmi subito i grissini presenti ( un po’ come tutti i bambini…). Non esisteva nessuna tavola apparecchiata…senza la presenza dei grissini. E ancora oggi….dopo cinquanta anni …li vedo sempre presenti. Se non sono Vintage i grissini…..!!!! ???

 

 

Gelato Pinguino

Gelato Pinguino . Si raccontano diverse storie su chi abbia inventato il pinguino gelato: i più ritengono che il pinguino sia nato sotto la Mole Antonelliana, nella storica gelateria torinese Pepino, che ancora oggi lo produce; la paternità viene contesa però anche da una gelateria di Nervi, dove si crede sia stato inventato il gelato su stecco poi commercializzato come Mottarello dalla Motta, e persino da una gelateria in Iowa, nella lontana America, dove nel 1920 il proprietario di un negozio di caramelle di nome Christian Nelson creò l’Eskimo Pie, il gemello americano del gelato pinguino. La storia inizia nel 1884 quando, un gelataio di origini napotelane, Domenico Pepino, decide di trasferirsi al nord e più precisamente a Torino, portandosi dietro oltre alla propria famiglia di gelatai, tutti gli strumenti, gli stampi e il materiale per produrre e confezionare gelato.  In pochi anni apre così una gelateria (“Vera Gelateria Artigiana” come recitava l’insegna) che in poco tempo diventa il simbolo della grande pasticceria fredda a Torino.  Il 17 Giugno del 1916 Domenico Pepino cede, per la somma di Lire 10.000, il marchio e i segreti di produzione al Comm. Giuseppe Feletti, già noto e affermato produttore industriale dolciario, e a suo genero Giuseppe Cavagnino. Il 1939 è l’anno della svolta: dopo una lunga fase di esperimenti e studi a riguardo, viene finalmente brevettato (brevetto N. 58033) e commercializzato il primo gelato ricoperto su stecco al mondo, il Pinguino. All’epoca un Pinguino costava 1 Lira, proprio come il cinema “con 2 Lire si comprava gelato e si andava al cinema”. La gelateria Pepino godette di grande prestigio e del favore della dinastia regnante dei Savoia, che concesse addirittura il proprio stemma per il packaging del prodotto : In quegli anni il pinguino gelato, brevettato nel 1939, divenne molto famoso  e  come succede per i marchi travolti dal successo, ben presto il pinguino gelato divenne un prodotto imitatissimo, e lo stesso nome “pinguino” divenne di uso comune. In effetti ancora oggi, se osservate i gelati diffusi nei supermercati e nei bar, noterete che il “modello pinguino” non manca mai, non sembra destinato a passare di moda: la sua semplicità lo rende davvero un classico, come solo i prodotti italiani d’eccellenza sanno essere. Se ci pensiamo bene : la semplicita’ delle cose viene sempre premiata e il Pinguino ( o il Mottarello) e’ un gelato molto semplice ( una base di latte e panna , ricoperta di cioccolato croccante ).

Cono gelato

Il cono gelato è un contenitore per il gelato di forma conica  aperto alla base, spesso fatto di una pasta commestibile (wafer ) o biscotto o altre cialde, da impugnare con la parte aperta in alto. Viene inventato nel 1903 da un italiano, Italo Marchioni , originario del Cadore , che lo brevettò a Washington D.C.   Si tratta di uno dei prodotti di food design italiani  più importanti ed è famoso in tutto il mondo, nei suoi 100 anni di storia ha ricevuto molteplici mutamenti formali testimoniando intere generazioni sociali. I primi gelati muniti di ostie di pane vennero confezionati in Italia . Caterina de’ medici  attraverso la servitù e i suoi cuochi italiani introdusse le sue ricette in Francia durante il periodo rinascimentale . In Inghilterra invece, sempre ad opera di Italiani, tale tradizione si diffuse solo nel Sedicesimo secolo. Coni in carta o metallo vennero usati in Francia , Germania e Gran Bretagna durante il XIX secolo , per mangiare il gelato . La ricetta del “Cornetto con crema” indica che – “i cornetti erano fatti con mandorle e cotti al forno, non premuti tra ferri”. Inoltre  “questi cornetti possono essere riempiti anche con qualsiasi gelato o sorbetto   o crema o frutta, e servito a pranzo o a cena”. Mrs Marshall fu una influente innovatrice e rese molto popolare il gelato in Gran Bretagna . Pubblicò due libri di ricette specifici sui gelati e brevettò inoltre una macchina per i gelati. Il 13 dicembre 1903 , Italo Marchioni  (1868-1954), italiano residente a New York , ricevette il brevetto statunitense N. 746971 per l’invenzione del cono gelato che aveva venduto in America sin dal 1896 . Pare difatti che l’idea nacque da uno stato di necessità dell’italiano, visto che inizialmente il suo gelato veniva servito in bicchieri di vetro. Capitava di frequente che i medesimi non venissero restituiti al gelataio, o che si rompessero accidentalmente scivolando dalle mani dei clienti, comportandogli dunque una piccola perdita di capitale. È attualmente l’inventore più accreditato proprio in virtù di quel brevetto che il medesimo richiese ai primi del novecento  .Taluni invece pensano che il cono gelato sia invece stato inventato a St.Louis ( MIssouri )  il 23 luglio 1904 al Louisiana  Purchase Exposition, dove la storia dice che un pasticciere siriano , Enrst Hamwi, che stava vendendo zalabia, una pasta croccante e gocciolante di sciroppo cotta in una pressa bollente per wafer, andò in aiuto al vicino venditore di gelati, forse Arnold Fornachou o Charles Menches, che stava finendo i piatti, arrotolando lo zalabia ancora caldo a forma di cono in modo che potesse contenere il gelato. Tuttavia, molti uomini che vendevano pasticcini alla World’s Fair sostennero di essere stati gli inventori del cono gelato e solo dopo Marchioni, citando una varietà di diverse ispirazioni. Dopo la fiera, il cono gelato divenne popolare a St. Louis nel 1904. La storia di Hamwi è esclusivamente basata su una lettera che egli scrisse nel 1928 , ossia  ben 25 anni dopo il brevetto di Marchioni, allo Ice Cream Trade Journal, dopo aver fondato la Cornucopia Waffle Company, che era diventata la Missouri Cone Company. Per quel periodo, l’industria dei coni gelato produceva già circa 250 milioni di coni l’anno in tutta la nazione.La produzione su scala industriale dei primi coni, che venivano arrotolati a mano, avvenne intorno al 1912 quando Frederick Bruckmann, un inventore di Portland nell’ Oregon , brevettò una macchina per arrotolare i coni gelato. Vendette la sua compagnia alla Nabisco nel 1928 . L’idea di vendere coni gelato congelati era da lungo tempo un sogno dei produttori di gelato, ma non fu che nel 1959  che un altro italiano, un certo Spica, produttore di gelati con sede a Napoli , risolse il problema del gelato che rendeva fradicio il cono. Spica inventò un processo in cui l’interno del wafer veniva isolato dal gelato grazie ad uno strato di olio , zucchero e cioccolato . Spica registrò il nome “Cornetto” nel 1960. Le vendite iniziali furono scarse, ma nel 1976 la Unilever  acquistò la Spica e iniziò una massiccia campagna di marketing in tutta Europa , rendendo il “Cornetto” uno dei gelati più popolari del mondo. E voi…quale preferite ?

 

Ghiacciolo

Il ghiacciolo  è un popolarissimo dolce freddo, composto da acqua miscelata con zucchero  oppure con uno sciroppo aromatico dolce, fatta gelare attorno a un bastoncino di norma di legno . Fu inventato da un bambino undicenne, e, diffondendosi nel mondo, ha acquisito molti nomi diversi: già unicamente nei paesi di lingua inglese si chiama popsicle negli Stati Uniti e Canada , ice lolly in INghilterra ed invece Ice Block o Icy Pole in Australia . L’invenzione del ghiacciolo risale al 1905 e si deve a una scoperta molto casuale da parte di tale Frank Epperson , allora bambino undicenne di Oakland , che in una gelida notte d’inverno aveva inavvertitamente lasciato sul davanzale della finestra un bicchiere di acqua e soda  con dentro il bastoncino che aveva usato per mescolarle. Il giorno dopo Frank riuscì a liberare il blocco di ghiaccio formatosi facendo scorrere acqua calda sul bicchiere, e prese a mangiare il “ghiacciolo” usando il bastoncino come manico. Nel 1923  Epperson ottenne il brevetto  per l’idea del “ghiaccio sul bastoncino”, che battezzò popsicle.In Italia i ghiaccioli sono giunti nel secondo dopoguerra , portati dagli americani insieme ad altri dolci analoghi, come i mitici coni gelato . In Emilia Romagna ,  il ghiacciolo dal 1960 viene chiamato BIF dall’acronimo dei cognomi dei tre soci titolari della società che fondarono l’azienda. A Bologna, per lo stesso motivo, il ghiacciolo era invece chiamato COF, dal nome della ditta “Cavazzoni Orlando e Fratelli” che aveva sede in città. Solitamente i gusti corrispondevano a determinati colori: rosso o rosa alla fragola , arancione all’arancia , giallo al cedro  , verde alla menta , azzurro all’ anice , magenta e rosa alla ciliegia , bianco al limone e marrone alla coca cola .Economico e apprezzatissimo ancora oggi : un pezzo del passato che non tramontera’ mai.

 

collanina mare pukka shell

La collanina classica da mare e’ quella chiamata pukka shell ..che è un tipo di conchiglia . A cavallo degli anni settanta e ottanta era un autentico must. Tutti la avevano. Qua in Italia ne esistevano di diverse varianti . Le piu’ costose erano in corallino , oppure in pukka shell ( l’originale). Poi ne avevamo anche in materiale piu’ povero : plastica….simil sughero . Caratteristica di queste collane era che il giro collo non era ampio : stavano molto attaccate al collo….senza fare curve verso il petto. Il colore piu’ gettonato era il bianco, ma ne esistevano anche di altri colori ( anche il rosso andava forte come tinta unita…..). Le piu’ economiche si trovavano nei classici bazar delle zone marittime , quelli che avevano di tutto..tanto per intenderci. Poi arrivarono anche direttamente nelle spiaggie con i venditori ambulanti. Le versioni piu’ pregiate erano nei negozi specializzati e non….all’interno del paese marittimo . Poi arrivarono ovunque…anche nei vari ipermercati ( col tempo….). Era un simbolo : per un ragazzino era un traguardo importante poterla avere e sfoggiare. L’originale viene dalle Hawaii , dove la pukka shell  che serve per fabbricarla…e’ comune. In realta’ la pukka shell non è una vera e propia conchiglia , ma sono tutti quei frammenti di conchiglie comuni nella zona Hawaii che vengono raccolte e selezionate per poi lavorarle e fare collane…braccialetti e quanto altro ancora. La pop star David Cassidy negli anni settanta ne aveva sempre una al collo…bianca. Mi fa piacere ancora oggi vederle al collo di qualche nostalgico. Io sono uno di questi. Mia figlia me ne ha ordinata una direttamente dalle Hawaii e sapete una cosa? Sono orgoglioso di portarla e proseguire alla grande il verbo del Vintage.