Grissino

Il grissino  è uno dei più celebri e diffusi prodotti della gastronomia torinese , nonché uno dei più noti della cucina italiana nel mondo . Il nome “grissino” deriva dalla ghërsa, il classico pane piemontese di forma allungata. Tradizionalmente la sua nascita si fa risalire al 1679 , quando il fornaio di corte , tale A.Brunero ,  sotto le indicazioni del medico  Teobaldo Pecchio, inventò questo alimento per poter nutrire il futuro re Vittorio Amedeo II , di salute cagionevole ed incapace di digerire la mollica del pane . Il  Re Carlo Felice  li prediligeva così tanto che, in palco, al Teatro Regio , ne sgranocchiava per passatempo.Il successo dei grissini fu particolarmente rapido, sia per la maggiore digeribilità rispetto al pane comune, sia per la possibilità di essere conservato anche per diverse settimane senza alcun deterioramento. Fra i grandi estimatori del grissino torinese, non si può non citare Napoleone Bonaparte , il quale creò, all’inizio del XIX secolo , un servizio di corriera fra Torino e Parigi , prevalentemente dedicato al trasporto di quelli ch’egli chiamava les petits bâtons de Turin.Del tutto identica a quella del pane normale, salvo che la forma lunga e stretta fa sì che la cottura sia più uniforme e quindi, causa la sottigliezza dell’impasto, il prodotto finale in pratica è come pane di sola crosta, cioè privo di mollica. Gli ingredienti sono: farina 00, acqua, lievito e sale. Recentemente sono state introdotte varianti nella composizione che vengono commercializzati come “grissini al…”: latte al posto dell’acqua, aggiunta di olio di oliva, aggiunta di grasso animale (strutto in genere), aggiunta di aromatizzanti vari, fino a variarne la forma (più tozza). L’aggiunta di sostanze grasse rende il grissino più “morbido”, ma ne limita la durata di conservazione. La forma di grissino più antica e tradizionale è indubbiamente il robatà, che in piemontese significa “caduto” (o anche “rotolato”), di lunghezza variabile dai 40 agli 80 cm, facilmente riconoscibile per la caratteristica nodosità, dovuta alla lavorazione a mano. Il robatà di Chieri  è incluso nella lista prodotti agroalimentari tradizionali italiani  del ministero delle politiche agricole alimentari e forestali .  L’unica altra forma di grissino tradizionale e tutelata è il “grissino stirato”. D’invenzione più recente rispetto al robatà, si distingue da questi in quanto la pasta, invece che essere lavorata manualmente per arrotolamento e leggero schiacciamento, viene allungata tendendola dai lembi per la lunghezza delle braccia del panificatore, il che conferisce maggiore friabilità al prodotto finale. Soprattutto questo tipo di lavorazione permise la produzione meccanizzata già a partire dal XVIII secolo. Ne esistono anche diversi tipi aromatizzati (origano, sesamo , cumino ecc. ) . La mia memoria dei grissini è legata al ristorante : quando ero piccolo il mio primo scopo appena seduto a tavola…era quello di divorarmi subito i grissini presenti ( un po’ come tutti i bambini…). Non esisteva nessuna tavola apparecchiata…senza la presenza dei grissini. E ancora oggi….dopo cinquanta anni …li vedo sempre presenti. Se non sono Vintage i grissini…..!!!! ???

 

 

Gelato Pinguino

Gelato Pinguino . Si raccontano diverse storie su chi abbia inventato il pinguino gelato: i più ritengono che il pinguino sia nato sotto la Mole Antonelliana, nella storica gelateria torinese Pepino, che ancora oggi lo produce; la paternità viene contesa però anche da una gelateria di Nervi, dove si crede sia stato inventato il gelato su stecco poi commercializzato come Mottarello dalla Motta, e persino da una gelateria in Iowa, nella lontana America, dove nel 1920 il proprietario di un negozio di caramelle di nome Christian Nelson creò l’Eskimo Pie, il gemello americano del gelato pinguino. La storia inizia nel 1884 quando, un gelataio di origini napotelane, Domenico Pepino, decide di trasferirsi al nord e più precisamente a Torino, portandosi dietro oltre alla propria famiglia di gelatai, tutti gli strumenti, gli stampi e il materiale per produrre e confezionare gelato.  In pochi anni apre così una gelateria (“Vera Gelateria Artigiana” come recitava l’insegna) che in poco tempo diventa il simbolo della grande pasticceria fredda a Torino.  Il 17 Giugno del 1916 Domenico Pepino cede, per la somma di Lire 10.000, il marchio e i segreti di produzione al Comm. Giuseppe Feletti, già noto e affermato produttore industriale dolciario, e a suo genero Giuseppe Cavagnino. Il 1939 è l’anno della svolta: dopo una lunga fase di esperimenti e studi a riguardo, viene finalmente brevettato (brevetto N. 58033) e commercializzato il primo gelato ricoperto su stecco al mondo, il Pinguino. All’epoca un Pinguino costava 1 Lira, proprio come il cinema “con 2 Lire si comprava gelato e si andava al cinema”. La gelateria Pepino godette di grande prestigio e del favore della dinastia regnante dei Savoia, che concesse addirittura il proprio stemma per il packaging del prodotto : In quegli anni il pinguino gelato, brevettato nel 1939, divenne molto famoso  e  come succede per i marchi travolti dal successo, ben presto il pinguino gelato divenne un prodotto imitatissimo, e lo stesso nome “pinguino” divenne di uso comune. In effetti ancora oggi, se osservate i gelati diffusi nei supermercati e nei bar, noterete che il “modello pinguino” non manca mai, non sembra destinato a passare di moda: la sua semplicità lo rende davvero un classico, come solo i prodotti italiani d’eccellenza sanno essere. Se ci pensiamo bene : la semplicita’ delle cose viene sempre premiata e il Pinguino ( o il Mottarello) e’ un gelato molto semplice ( una base di latte e panna , ricoperta di cioccolato croccante ).

Cono gelato

Il cono gelato è un contenitore per il gelato di forma conica  aperto alla base, spesso fatto di una pasta commestibile (wafer ) o biscotto o altre cialde, da impugnare con la parte aperta in alto. Viene inventato nel 1903 da un italiano, Italo Marchioni , originario del Cadore , che lo brevettò a Washington D.C.   Si tratta di uno dei prodotti di food design italiani  più importanti ed è famoso in tutto il mondo, nei suoi 100 anni di storia ha ricevuto molteplici mutamenti formali testimoniando intere generazioni sociali. I primi gelati muniti di ostie di pane vennero confezionati in Italia . Caterina de’ medici  attraverso la servitù e i suoi cuochi italiani introdusse le sue ricette in Francia durante il periodo rinascimentale . In Inghilterra invece, sempre ad opera di Italiani, tale tradizione si diffuse solo nel Sedicesimo secolo. Coni in carta o metallo vennero usati in Francia , Germania e Gran Bretagna durante il XIX secolo , per mangiare il gelato . La ricetta del “Cornetto con crema” indica che – “i cornetti erano fatti con mandorle e cotti al forno, non premuti tra ferri”. Inoltre  “questi cornetti possono essere riempiti anche con qualsiasi gelato o sorbetto   o crema o frutta, e servito a pranzo o a cena”. Mrs Marshall fu una influente innovatrice e rese molto popolare il gelato in Gran Bretagna . Pubblicò due libri di ricette specifici sui gelati e brevettò inoltre una macchina per i gelati. Il 13 dicembre 1903 , Italo Marchioni  (1868-1954), italiano residente a New York , ricevette il brevetto statunitense N. 746971 per l’invenzione del cono gelato che aveva venduto in America sin dal 1896 . Pare difatti che l’idea nacque da uno stato di necessità dell’italiano, visto che inizialmente il suo gelato veniva servito in bicchieri di vetro. Capitava di frequente che i medesimi non venissero restituiti al gelataio, o che si rompessero accidentalmente scivolando dalle mani dei clienti, comportandogli dunque una piccola perdita di capitale. È attualmente l’inventore più accreditato proprio in virtù di quel brevetto che il medesimo richiese ai primi del novecento  .Taluni invece pensano che il cono gelato sia invece stato inventato a St.Louis ( MIssouri )  il 23 luglio 1904 al Louisiana  Purchase Exposition, dove la storia dice che un pasticciere siriano , Enrst Hamwi, che stava vendendo zalabia, una pasta croccante e gocciolante di sciroppo cotta in una pressa bollente per wafer, andò in aiuto al vicino venditore di gelati, forse Arnold Fornachou o Charles Menches, che stava finendo i piatti, arrotolando lo zalabia ancora caldo a forma di cono in modo che potesse contenere il gelato. Tuttavia, molti uomini che vendevano pasticcini alla World’s Fair sostennero di essere stati gli inventori del cono gelato e solo dopo Marchioni, citando una varietà di diverse ispirazioni. Dopo la fiera, il cono gelato divenne popolare a St. Louis nel 1904. La storia di Hamwi è esclusivamente basata su una lettera che egli scrisse nel 1928 , ossia  ben 25 anni dopo il brevetto di Marchioni, allo Ice Cream Trade Journal, dopo aver fondato la Cornucopia Waffle Company, che era diventata la Missouri Cone Company. Per quel periodo, l’industria dei coni gelato produceva già circa 250 milioni di coni l’anno in tutta la nazione.La produzione su scala industriale dei primi coni, che venivano arrotolati a mano, avvenne intorno al 1912 quando Frederick Bruckmann, un inventore di Portland nell’ Oregon , brevettò una macchina per arrotolare i coni gelato. Vendette la sua compagnia alla Nabisco nel 1928 . L’idea di vendere coni gelato congelati era da lungo tempo un sogno dei produttori di gelato, ma non fu che nel 1959  che un altro italiano, un certo Spica, produttore di gelati con sede a Napoli , risolse il problema del gelato che rendeva fradicio il cono. Spica inventò un processo in cui l’interno del wafer veniva isolato dal gelato grazie ad uno strato di olio , zucchero e cioccolato . Spica registrò il nome “Cornetto” nel 1960. Le vendite iniziali furono scarse, ma nel 1976 la Unilever  acquistò la Spica e iniziò una massiccia campagna di marketing in tutta Europa , rendendo il “Cornetto” uno dei gelati più popolari del mondo. E voi…quale preferite ?

 

Ghiacciolo

Il ghiacciolo  è un popolarissimo dolce freddo, composto da acqua miscelata con zucchero  oppure con uno sciroppo aromatico dolce, fatta gelare attorno a un bastoncino di norma di legno . Fu inventato da un bambino undicenne, e, diffondendosi nel mondo, ha acquisito molti nomi diversi: già unicamente nei paesi di lingua inglese si chiama popsicle negli Stati Uniti e Canada , ice lolly in INghilterra ed invece Ice Block o Icy Pole in Australia . L’invenzione del ghiacciolo risale al 1905 e si deve a una scoperta molto casuale da parte di tale Frank Epperson , allora bambino undicenne di Oakland , che in una gelida notte d’inverno aveva inavvertitamente lasciato sul davanzale della finestra un bicchiere di acqua e soda  con dentro il bastoncino che aveva usato per mescolarle. Il giorno dopo Frank riuscì a liberare il blocco di ghiaccio formatosi facendo scorrere acqua calda sul bicchiere, e prese a mangiare il “ghiacciolo” usando il bastoncino come manico. Nel 1923  Epperson ottenne il brevetto  per l’idea del “ghiaccio sul bastoncino”, che battezzò popsicle.In Italia i ghiaccioli sono giunti nel secondo dopoguerra , portati dagli americani insieme ad altri dolci analoghi, come i mitici coni gelato . In Emilia Romagna ,  il ghiacciolo dal 1960 viene chiamato BIF dall’acronimo dei cognomi dei tre soci titolari della società che fondarono l’azienda. A Bologna, per lo stesso motivo, il ghiacciolo era invece chiamato COF, dal nome della ditta “Cavazzoni Orlando e Fratelli” che aveva sede in città. Solitamente i gusti corrispondevano a determinati colori: rosso o rosa alla fragola , arancione all’arancia , giallo al cedro  , verde alla menta , azzurro all’ anice , magenta e rosa alla ciliegia , bianco al limone e marrone alla coca cola .Economico e apprezzatissimo ancora oggi : un pezzo del passato che non tramontera’ mai.

 

collanina mare pukka shell

La collanina classica da mare e’ quella chiamata pukka shell ..che è un tipo di conchiglia . A cavallo degli anni settanta e ottanta era un autentico must. Tutti la avevano. Qua in Italia ne esistevano di diverse varianti . Le piu’ costose erano in corallino , oppure in pukka shell ( l’originale). Poi ne avevamo anche in materiale piu’ povero : plastica….simil sughero . Caratteristica di queste collane era che il giro collo non era ampio : stavano molto attaccate al collo….senza fare curve verso il petto. Il colore piu’ gettonato era il bianco, ma ne esistevano anche di altri colori ( anche il rosso andava forte come tinta unita…..). Le piu’ economiche si trovavano nei classici bazar delle zone marittime , quelli che avevano di tutto..tanto per intenderci. Poi arrivarono anche direttamente nelle spiaggie con i venditori ambulanti. Le versioni piu’ pregiate erano nei negozi specializzati e non….all’interno del paese marittimo . Poi arrivarono ovunque…anche nei vari ipermercati ( col tempo….). Era un simbolo : per un ragazzino era un traguardo importante poterla avere e sfoggiare. L’originale viene dalle Hawaii , dove la pukka shell  che serve per fabbricarla…e’ comune. In realta’ la pukka shell non è una vera e propia conchiglia , ma sono tutti quei frammenti di conchiglie comuni nella zona Hawaii che vengono raccolte e selezionate per poi lavorarle e fare collane…braccialetti e quanto altro ancora. La pop star David Cassidy negli anni settanta ne aveva sempre una al collo…bianca. Mi fa piacere ancora oggi vederle al collo di qualche nostalgico. Io sono uno di questi. Mia figlia me ne ha ordinata una direttamente dalle Hawaii e sapete una cosa? Sono orgoglioso di portarla e proseguire alla grande il verbo del Vintage.

Think

Think . Think  è una canzone di  Aretha Franklin uscita come singolo nel 1968 , apparso nell’album Aretha Now .  La canzone è un inno femminile sulla libertà. Ha raggiunto la posizione numero 7 nella Billboard chart americana ,  al quarto posto in Francia, al sesto in Canada, al nono nei Paesi Bassi, il numero 1 sul giornale Hot Rhythm & Blues Singles. La canzone è stata scritta dalla stessa Aretha e da suo marito Ted White. La canzone è stata incisa una seconda volta nell’album del 1989 Through the storm . È stata inserita da Pitchfork media al posto numero 15 della sua lista “The 200 Greatest Songs of the 1960s”In Italia la canzone ha raggiunto il 48esimo posto della hit parade.Particolare fama ha ottenuto la versione ripresa nella colonna sonora del film Blues Brothers di John Landis nel 1980 .

 

 

Musica revival

Musica revival . Eccomi a pubblicizzare qualche serata revival. Praticamente …. avrete in musica quello che llegete qua, La prima e’ il 12-05-2018 alla Pizzeria Bridi di Zevio. Un bel posto immerso nella campagne di Zevio.  La seconda e’ nella mia classica location…ossia il Volo di Caselle. Qua ci saremo il 19-05-2018 . La terza sara’ di venerdi’…. 25-04-2018 agli Antichi Sapori di Cola’ di Lazise. Ovunque…menu’ alla carta.  Si mangia e poi si balla la piu’ bella musica di sempre. Una occasione piu’ unica che rara di sentire in una sera…tutta la musica che piu’ amate. Chiamatela Earth Vintage and fire oppure chi la dura la Vintage…oppure serata revival…ma il risultato e’ sempre quello . Tanta qualita’ e professionalita’ al vostro servizio. Ottimo cibo e tanta musica. Il 30-06-2018 invece avremo un bel concorso canoro : Il Bridi Summer Contest , sempre al bRidi di Zevio. Giuria selezionata e tanta serieta’ nella giuria e organizzazione. Insomma…il Vintage non tradisce Mai. Pizzeria Bridi , Pizzeria Volo ,  ristorante Antichi Sapori.  Vi aspetto. PS Questa pagine va in ferie qualche gg . A tra non molto.

 

Amaro Averna

Amaro Averna .Averna è un liquore amaro  che veniva prodotto a Caltanissetta. La società Averna è stata acquisita nel 2014 dal famoso Gruppo Campari. Nel 1802 , da un’agiata famiglia di commercianti di tessuti, nasceva Salvatore Averna. Cresciuto a Caltanisetta  divenne uno dei membri più attivi della comunità, giudice di pace e benefattore dell’abbazia di Santo Spirito. Qui, secondo una tradizione antichissima nata nelle abbazie fortificate benedettine e diffusa in Europa attraverso i monasteri cistercensi e cluniacensi, i frati producevano, con una loro ricetta, un elisir di erbe che, pur essendo “amaro”, era gradevole e possedeva, nelle credenze popolari, doti toniche e terapeutiche. Nel 1859, in segno di riconoscenza, i frati decisero di consegnare a Salvatore la ricetta dell’infuso e nel 1868  iniziò la produzione per gli ospiti di casa Averna.Fu Francesco Averna, figlio di Salvatore, che prese l’iniziativa di promuovere l’amaro, partecipando a diverse fiere, in Italia e all’estero. Durante una visita privata del re Umberto I, nel 1895, l’amaro siciliano era già molto conosciuto, e Francesco ricevette una spilla d’oro con le insegne di casa Savoia. Dopo altri successi, nel 1912 Vittorio Emanuele III  concesse alla Società Averna di apporre lo stemma reale con la scritta “Brevetto della Real Casa” sulla etichetta del proprio liquore. La Società Averna divenne così Fornitrice della Real Casa. Tutti questi riconoscimenti, nel corso degli anni, portarono Francesco a ridisegnare l’etichetta iniziale dell’Amaro arricchendola di tutti questi attestati e riconoscimenti. Alla morte prematura di Francesco, la moglie, Anna Maria, prese le redini dell’azienda. Anche se presto fu aiutata dai giovani figli, lei rappresentò un esempio più unico che raro di imprenditrice, donna, nel cuore della Sicilia di inizio novecento.La terza generazione, cioè i figli di Francesco (Salvatore, Paolo, Emilio e Michele) consolidarono il successo dell’amaro e contribuirono all’evoluzione aziendale anche attraverso le difficoltà dei due conflitti mondiali, tant’è che l’azienda continuò la produzione senza mai fermarsi, trovando anzi il modo di avviare l’attività di esportazione in America. Nel 1958 l’Azienda Averna divenne una società per azioni (la Fratelli Averna S.p.a) e qualche anno dopo fu anche costruito un nuovo stabilimento.Il 1978 è stato un anno molto significativo nella storia dell’azienda perché dopo 110 anni e tre generazioni si riuscì a trasformare quello che era nato come un prodotto artigianale di famiglia in una azienda importante del mercato italiano. Dal 1978 la quarta generazione degli Averna ha mantenuto tale posizione sul mercato, consolidandola ulteriormente attraverso una gestione basata anche sulla diversificazione dei prodotti. Il “Gruppo Averna” comprende infatti anche l’azienda vinicola Villa Frattina (vini e spumanti). Nell’ultimo decennio, al consolidamento sul mercato nazionale si è affiancato un intenso lavoro di internazionalizzazione che ha visto un crescente sviluppo anche sui mercati esteri.Nel 2014 il Gruppo Campari  acquisisce il 100% di Fratelli Averna. Il controvalore dell’operazione è di 103,75 milioni di euro, composto da un prezzo di 98 milioni e da un debito finanziario netto di 5,75 milioni di euro.Si presenta di colore scuro ( caramello  scuro), con un sapore non eccessivamente amaro e una gradazione alcolica pari a 29°, la ricetta originale prevedeva una gradazione  pari a 34° diventati, negli anni 2000, 32°. Il liquore si beve liscio o con ghiaccio , come digestivo o bevanda estiva (con molto ghiaccio) o a temperatura di frigorifero. Un altro pezzo del nostro passato.

VOV

VOV .  Vov è un liquore a base di uova . Per antonomasia  il medesimo nome  è comunemente impiegato anche per indicare preparati casalinghi di zabajone  liquoroso ed anche gli analoghi prodotti della concorrenza . Il prodotto è venduto sin dagli inizi in una caratteristica bottiglia cilindrica in vetro bianco è considerata un’icona del mondo dei liquori italiani. Il liquore poi denominato Vov fu ideato nel 1845 da Gian Battista Pezziol , un pasticciere di Padova  specializzato nella produzione del torrone , alimento per la cui confezione s’impiega il solo albume delle uova. Pezziol decise d’usare i restanti tuorli , in unione a vino marsala, alcol e zucchero , per avviare la produzione di un zabajone liquoroso ,bevanda energetica  assai in voga a quel tempo  anche come ricostituente. Il nome deriva dal termine veneto VOVI vovi, indicante le uova . Nel 1856 il successo commerciale del nuovo liquore è già notevole e Pezziol riceve una medaglia d’argento, per la qualità della sua bevanda. Lo stesso anno Vov viene presentato alla corte di Vienna  ove gli arciduchi d’Austria , apprezzatone il buon gusto, rilasciano un brevetto con aquila a due teste . Nel corso della 2° guerra mondiale , per le sue riconosciute proprietà energizzanti, Vov viene fornito alle truppe impegnate in combattimento col nome di VAV2, acronimo di Vino Alimento Vigoroso. Fra gli anni sessanta e settanta raggiunge la massima diffusione generando la nascita di imitazioni e concorrenti come lo Zabov della Moccia . Mentre, paradossalmente, il Vov veniva distribuito ed apprezzato all’estero], negli anni ottanta e novanta, soprattutto a causa dell’esasperata attenzione alle mode  ed alla spiccata esterofilia anche nelle abitudini alimentari da parte dei consumatori giovani del periodo, unite alla comparsa delle prime bevande energetiche gassate straniere, Vov conobbe un periodo di declino, sopravvivendo però grazie alla sempre consistente richiesta nelle località di montagna, in particolare nei bar delle stazioni di sport invernali. Negli anni 2000  è prodotto e distribuito dalla Sil, la Società Italiana Liquori  che ne spostò la produzione a Pozzilli , per poi passare nel 2012 al gruppo Molinari , che l’ha rilevato dalla Sil spostando la produzione a Moncalieri . Negli anni recenti Vov ha conosciuto una nuova fortuna grazie soprattutto al cocktail bombardino , di cui è il componente fondamentale, tornato di moda soprattutto sulle piste da sci . Vov si giova inoltre di una generale tendenza a rivalutare i prodotti eno-gastronomici storici della tradizione italiana.La bottiglia cilindrica in vetro bianco di Vov, presente fin dagli esordi commerciali, è progressivamente divenuta un’icona della liquoristica italiana. Durante il secondo conflitto mondiale, periodo in cui la produzione di Vov fu destinata quasi esclusivamente all’esercito come VAV2, per praticità di trasporto il liquore venne confezionato in contenitori di cartone impermeabilizzato. Negli anni sessanta fu proposta la confezione in flacone di vetro ambrato zigrinato , che non ebbe particolare fortuna e che restituì in seguito il testimone alla classica bottiglia in vetro bianco. Attualmente il prodotto è confezionato in una bottiglia di comune vetro trasparente ricoperto da un foglio di plastica bianca, la quale imita la tradizionale bottiglia in vetro bianco e risulta essere  di minor pregio rispetto a questa .  In etichetta, di stampo molto tradizionale ed immutata da decenni, troneggia l’altrettanto iconica scritta tridimensionale Vov gialla su sfondo blu, sovrapposta ad una stilizzazione della Basilica di Sant’Antonio di Padova . Il prodotto è descritto come zabajone confortante. In etichetta e nelle pubblicita’ è consigliato il consumo di Vov sia come cordiale  liscio, sia caldo come corroborante, sia refrigerato o addirittura congelato come granita .  Il suo sapore sostanzialmente assimilabile allo zabajone, di cui è però più liquido e con una percentuale alcolica più alta, lo rende adatto ad accompagnare molte tipologie di dessert .  Compare spesso nelle ricette del gelato affogato allo zabajone .

 

Varnelli

Varnelli . Varnelli è il marchio di fabbrica che identifica un noto mistra’ , liquore secco all’anice, prodotto dalla omonima distilleria  , con sede a Muccia ( Macerata ) . Il mistra’  Varnelli è una bevanda alcolica secca, ottenuta da alcol di grano, distillato di anice e zucchero (inferiore al 2%).Si presenta limpido e dal gusto secco, con gradazione alcolica del 46%.Il mistra’ Varnelli è utilizzato per correggere il caffè, ma si beve anche liscio e si presta nella preparazione di diversi cocktail. È utilizzato anche in cucina in ricette di primi e secondi piatti, nei dessert e in abbinamento con il cioccolato fondente.Da alcuni anni a Cingoli  è stato intitolato il locale Istituto Professionale di Stato per i Servizi Alberghieri della Ristorazione e Turistici a Girolamo Varnelli unica struttura didattica nelle Marche intitolata all’illustre erborista.PS Il mistra’ e’ un liquore  tipico delle marche  ottenuto con l’impiego di distillati naturali di piante aromatiche come l’anice verde e l’anice badiana (ha una gradazione di 42%).